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Nel quadrifoglio di Besnate come sotto il cielo d’Irlanda

Besnate, 31 Maggio – Il giro del Varesotto torna in “patria” dopo lo sconfinamento in Piemonte con la tappa di Castelletto Ticino.

La terza tappa è infatti quella che solitamente apriva le danze della Grand Boucle, cioè Besnate, col suo percorso che disegna un quadrifoglio sbilenco almeno quanto il mio incedere al termine dei cinque km in procinto di correre.

Infatti le rampe di due giorni fa hanno lasciato non poche scorie nelle gambe e non aiuta di sicuro il riscaldamento senza fine fatto con Spuffy in cerca di un Kostia alquanto sfuggente.

Mi presento in griglia con già madido di sudore nelle serata piuttosto calda, speranzoso dopo aver recuperato diversi secondi di svantaggio nell’ultima prova contro il crono.

Quest’anno la partenza è spostata un po’ indietro rispetto al solito, per cambio di logistica della festa del ciclismo. C’è il tendone dove si mangia, c’è la birra ad attenderci a fine gara. Oggi Besnate col suo percorso a quadrifoglio è un po’ una piccola Irlanda.

Come a Castelletto mi metto in scia al compagno di squadra Roberto, con ben in testa i parziali sul km ottenuti qui due anni fa nella mia miglior prestazione sul percorso. I primi due km passano tranquilli, ma appena arriva la prima salita di giornata le gambe iniziano ad ingolfarsi ed arranco un po’. Cerco di riprendere ritmo una volta scollinato per poi rilanciare la corsa nel tratto di discesa, buttandomi in discesa a tutta come Cochese alla guida dell’auto della polizia nel video di Sabotage.

“Oh my God, it’s a mirage / I’m tellin’ y’all, it’s a sabotage” cantavano i Beastie Boys, e infatti il mio obbiettivi la davanti è sempre più un miraggio e sulla seconda asperità di giornata vado in crisi salendo piuttosto pesante e lento. Non stiamo certo parlando di una scalata da gran premio della montagna del Giro d’Italia, ma le gambe non ne hanno, come quando in una giornata “no” si vede un ciclista procedere come svuotato, spinto letteralmente a mano dai gregari.
Non essendo un top runner non mi attendo gregari che mi sospingano verso il traguardo, piuttosto potrebbe spuntare da un momento all’altro Kostia a prendermi a calci nel di dietro.
Si torna a scendere, come sulle montagne russe, ma una volta tornati in piano le gambe non girano più, dure come pezzi di legno e il ritmo ne risente.
Scarico anche di testa, non tiro fuori nemmeno uno spunto finale dettato più da volonta nicciana che da gambe e fiato, e cerco più che altro di gestirmi per non andare in bambola totale e nemmeno il Bisonte più famoso del Varesotto mi riesce a tirare un po’.

Ultimi passi e si arriva al gonfiabile…imbarcata colossale, ma almeno è finita.

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